2001 . SOLITUDINE DELLA MEMORIA

Se il verbo ostendere designa il mostrare o il manifestare qualcosa a qualcuno, ostensivo, che è l'aggettivo corrispondente, significa prevalentemente ciò che è possibile esibire; è quindi indicativo di un'idea, un'intuizione o di una percezione ottenuta da un dato sensibile. La filologia ci aiuta: Paolo Pallara espone un paesaggio sedimentato nella coscienza. Ma non è un idealista, cioé non evidenzia le linee ipotetiche o il modello di un reale possibile. Come sottolinea Elisabetta Pozzetti, il riferimento a William Congdon è umile consapevolezza di un 'appartenenza. Il grande pittore statunitense ha vissuto gli ultimi anni della sua vita rappresentando, in forme diverse quadro per quadro, ciò che vedeva da una piccola finestrella nella bassa milanese. Coscienza e realtà subivano una stupefacente concentrazione e si organizzavano in sintesi di linea e colore determinati dal gesto che, subitaneo, si ostendeva su un supporto nero. Paolo, con un implicito richiamo, dichiara di appartenere a quella terra senza urgenze di inutili imitazioni. Certo, il suo non è un dipingere gestuale ma è assai prossimo ad una meditazione cromatica sugli esiti della pittura d'azione. Pallara non fugge dalla percezione del paesaggio, anzi ne esalta le componenti organiche, la fusione dei colori, l'osare accostamenti che sono nella natura ma che non corrispondono a ciò che, culturalmente, si ritiene consequenziale. L'armonia non è mai prestabilire in astratto che il verde debba essere coniugato con ocra e giallo e che gli azzurri dei cieli si stendano in ornamentali passaggi dal più intenso al più tenue. Per l'artista ferrarese la componente geometrica, del campo visivo gioca sulle suddivisioni in sequenza, quasi a valutare l'apporto dell'astrazione di Mondrian alla densità materica degli squarci di Congdon. L'orrizzonte è reale e di coscienza insieme, ostensivo, quindi, di quelle sensazioni tattili che, nate da acute percezioni, si ottengono solo dopo aver interiorizzato la forma, la materia e il divenire della natura. La sensazione di chi guarda non è di spaesamento, ma di continuità, quasi a verificare che l'unico paesaggio possa scandirsi e riproporsi seguendo il montaggio dei singoli tasselli. Se è possibile, con linguaggio meno grave, favorire una lettura etnica della sua attuale sequenza, il paesaggio di Pallara ha accenti padani. Non si pensi al cromo sostitutivo e drammatico di "Deserto Rosso" di Antonioni ma a quello di chi si lascia costantemente stupire dall'estensione degli orizzonti senza limite che non obbligano alla depressione visiva. E neppure esistenziale.

Franco Patruno - Direttore dell'Istituto di Cultura Casa Giorgio Cini di Ferrara



2003 . IL GESTO DEL TEMPO

Forse ero solo il gesto del tempo… infinito come la linea che sostiene e conduce il pensiero, sorregge le inquietudini, accende gli entusiasmi. Che rimane a consolare la solitudine e ad accarezzare il ricordo. Radice forte contro il vacillare della vita. Il segno di Paolo Pallata si enuncia in marcata definizione, in assoluta affermazione, ormeggio sicuro dal quale tendono in giocoso equilibrio lunari boe, in uno sfumare di immane estensione. La fissità di nero contorno, che destruttura la superficie in due emisferi dialoganti, è animata dal roteare di un circolo ora sospeso ora trafitto ora in dolce slittamento. Talvolta circoscritto, è trattenuto dal precipizio da un armatura di sagoma quadrangolare. Come l’Aleph di Borges, coglie nella finitezza delle forme, l’irriducibile succedersi, senza sovrapposizione né trasparenza, di significati molteplici e multiformi visioni. Tutto e niente di tutto è compreso in quel giro di colore: lo spirito sferico, lo sguardo conchiuso nella rotondità, o il semplice divertimento di una geometria sfuggita a un compasso distratto. Il cerchio è protagonista consapevole. Si affaccia su geografie primordiali, su albe divenute tramonti e rinate da pallide rugiade, su paesaggi lagunari in limaccioso digradar di verdi, su mari di fredda trasparenza in tenue assorbimento di calor solare. Fino ai prati estesi, rigogliosi di primavere e di promesse annodate al vento dei giorni, nel perdersi infuocato del rossore estivo. In altalenante basculare, la sfera assorbe gli umori e le ombre, si confonde divenendo tutt’uno col plasma che la ospita, o si staglia autonoma con nitida e marcata cromia. Può fondersi nell’infinito o accentuarsi nel particolare. Il salto è pur sempre reversibile e viene da chiedersi se non sia lei stessa la causa del moto cromatico circostante piuttosto che l’effetto delle dinamiche che le fanno da sfondo. Poco importa. Il gesto del tempo la trascina, la solleva, la diverte, e con lei l’animo di chi asseconda le maree dello spirito, gli accidenti delle emozioni. Le stesse che guidano la mano di Paolo che colloquia con la materia in maniera alquanto fisica e istintiva. Sovrappone supporti, vestendo la tela di un patchwork di ritagli di carta, costruisce il film pittorico combinando leganti differenti, dalle vernici all’olio, dagli smalti alle chine, fino al carboncino, in una mistura che non è mai miscela: ogni segmento di materia, pur unito ad un altro, mantiene inalterata la valenza semantica. E poi la mano va, esplora, indaga orizzonti inespressi rielaborandoli alla luce di un giorno, che china il capo sulla soffitta della campagna ferrarese incidendo, quasi fossero pellicole sensibili, le opere a cavalletto. I raggi rinnovano la curiosità, si insinuano nella vetusta e rugginosa serratura di un cassone militare, cimelio dell’ultima guerra, abbandonato alla polvere della memoria. Lì, proprio lì dove le ore paiono essersi fermate, rinasce l’aurora: si apre lo scrigno ed affiorano rettangolari lacerti di cuoio invecchiato, la cui originaria funzione si perde nella fantasia di ciascuno di noi. Per l’artista divengono nuovi percorsi su cui tracciare storie padane, dal lineare profilo che scandisce, sfumando, le stagioni della natura e dell’animo. L’approccio è gestuale, quasi carnale. Il colore viene steso, tirato, graffiato, trascinato con repentino ritmo, impastato e separato in punta di pastello quasi a pettinare il cromo scompigliato. A riappacificare il conflitto delle opposte direzioni interviene il tempo, quello dei ricordi e delle sensazioni, delle attese illuse e delle gioie inaspettate, dell’invecchiar dei tessuti e del rinnovarsi dello spirito. Il passato, di cui rimane lontana eco in un relitto bellico, ci restituisce, per ironia della storia, il bello che sorride alla vita. Poesie sparse sul tavolo ritmano il pensiero di Paolo e le parole restano solo un segno senza paura per il vuoto intenso che sta in agguato al prossimo futuro seguendo il fumo acre dell’incenso. Il giorno s’addormenta sul declinare della pianura mentre le ante dello studio si chiudono alla notte. Ondeggiando, si adagiano sul pavimento quei versi amati ma perduti in un angolo remoto. Paolo li raccoglie, li trattiene e sorride. Forse era solo il gesto del tempo che in quella sera ritorna infinito.

Elisabetta Pozzetti - Marzo 2003



2005 . IL FUNAMBOLO

Lasciamo perdere l’informale, che è una stagione dell’arte, intensa e breve, irripetibile. Paolo Pallara ne è rimasto certamente incantato, e come tanti altri pittori della cosiddetta “generazione di mezzo” (i quarantenni e i cinquantenni) ha cercato di insinuarsi in quei paesaggi. Ma quella è una dimensione eretta da urgenze ormai distanti, non più condivisibili, se non a rischio di inutili anacronismi, di pedanti insistenze su qualcosa che adesso è meglio gustare piuttosto che cucinare. Perciò al massimo l’informale, per chi non ha avuto l’occasione di una formazione diretta, è un luogo della storia da visitare e uscirne fuori con una tecnica, dilaniata tra la devozione per gli strumenti tradizionale della pittura e l’impertinenza di forzarne i limiti. Anche per Pallara è così, e anche per lui la pittura è un’avventura dello spirito che cerca ragioni per l’esistenza, e trova immagini da insistere non per pochezza di fantasia, o per mancanza di argomenti, oppure ancora per pigrizia intellettuale. Semmai è per l’umile consapevolezza che l’oggetto da indagare è inesauribile, e che la pittura è soltanto una delle molte discipline da praticare per raggiungere se stessi. Perché il problema non è più, o non è soltanto, il quadro, ma il se stesso che dipinge, e se il quadro riesce bene è perché s’è trovata l’armonia tra il voler e il poter dire, in un qui e ora che il domani, o anche solo l’attimo seguente, potrà addirittura contraddire. È una pittura di meditazione, quella di Pallara, che accidentalmente da un po’ ha incontrato l’immagine del funambolo, estrapolata per altro da un racconto d’iniziazione, quel Neve di Maxence Fermine che di certo non può essere letto come un capolavoro, ma che per lo meno ha il pregio di divulgare percorsi alternativi di esistenza, che non siano la rocambolesca corsa verso il nuovo, ma la lenta ricerca di un equilibrio, che in fin dei conti è la costruzione di uno spazio in cui stare.

Angelo Andreotti



2008 . SOGNO DI UN'OMBRA

Tutto nasce, si trasforma e trova forma compiuta grazie al “processo creativo”: affermazione sempre vera che non teme smentite, soprattutto quando si parla di opere d’arte dell’ingegno. Nel caso di “sogno di un’ombra”, ultima produzione di Paolo Pallara, questo medesimo processo diventa vero fulcro originario nonché sintesi propulsiva che tiene legate fra loro le diverse anime presenti e raffigurate attraverso dipinti e sculture. Apparentemente distanti e finanche contrastanti, le opere bidimensionali trovano un terreno comune di dialogo con quelle tridimensionali proprio grazie al pensiero rivolto al tema del cambiamento, della crescita e dello sviluppo, cioè di tutte quelle fasi che compongono il complicato e imprevedibile processo della creazione. Ripartendo dalle “Terre emerse”, serie di tele già protagoniste di una recente mostra a Ferrara, l’autore prosegue la sua ricerca astratta e materica sui colori e sulle forme della natura sfruttando nuove direzioni e nuovi slanci. Come in quella prima serie risultava preponderante la disposizione orizzontale di fasce distinte per colore e densità, indice di calma e stabilità, nella nuova serie questo schema compositivo ruota ad angolo retto e si ricompone in verticale: ecco che immediatamente la percezione dello spazio nei nostri occhi “cambia marcia” e diviene più dinamico, instabile, comunque proiettato in una nuova dimensione. Se prima infatti potevamo fermarci ad osservare un’ipotetica linea di orizzonte senza sentire il bisogno di chiederci cosa si estendeva a destra e sinistra di esso, adesso è la suggestione dell’infinito a coglierci di sorpresa e a spingerci a immaginare cosa, quanto e come quella linea verticale più o meno ampia e colorata – che nella nostra mente assume le sembianze di volta in volta di un tronco, un ramo, una colonna o un totem- si possa sviluppare e crescere. Questa aspirazione verso l’alto e verso qualcosa di immaginario trova una prima risposta nelle sculture: le 7 creazioni in mostra riprendono quelle suggestioni e ne danno un’interpretazione compiuta e concreta: Finalmente possiamo vedere coi nostri occhi (e siamo colti dall’impulso di poter toccare con le nostre mani) cosa si celava oltre il limite della cornice: quelle spinte verticali trovano una declinazione nelle terminazioni dei diversi totem, i quali vedono germinare moduli geometrici di diversa lunghezza e ampiezza, nonché materiale. Lo sguardo dell’osservatore è portato a scorrere dal basso verso l’alto queste sculture lignee rimanendo colpito dal forte impatto visivo, oltreché concettuale, che porta la sua percezione a passare per gradi dall’indefinito al definito, dall’incerto al certo. Il legame diretto tra opere bidimensionali, vecchie e nuove serie, e quelle tridimensionali si compie così grazie all’analogia di stile, tecnica e impostazione teorica: l’uso della carta di giornale per ricoprire le superfici delle une e delle altre, sottintende, grazie alla sempre diversa origine di quei fogli, la varietà degli esiti e degli sviluppi, cioè quella imprevedibilità delle strade che si possono percorrere durante una vita, e quelle che un artista può seguire nel suo sempre particolarissimo processo creativo. Questa unione tematica e concettuale tra le opere esposte propone infine una soluzione ai dilemmi della nostra immaginazione rivolta verso il futuro, cioè suggerisce una via d’uscita alle nostre incertezze e ai nostri dubbi, fornendo una forma ai nostri sogni, anche a quelli che rimangono nascosti in angoli bui nascosti in noi, dentro un’ombra che in pochi ci accorgiamo di avere dentro.

Guido Cagnoni



2008 . TERRE EMERSE

Forse in questa occasione, come non mai, si avverte nel percorso poetico del fare di Paolo Pallara la sensazione di una svolta: di una tappa, di un punto fermo. L’autore è arrivato “nel mezzo del cammin” della sua vita artistica tanto è vero che si vedono le tracce del passato e si intravvedono le direttrici del futuro. Si percepisce la naturalezza dei moduli espressivi derivata da grande famigliarità con l’arte, pur tuttavia permane, anzi cresce, l’entusiasmo narrativo. Pittura materica quella dell’artista, raffinata e gradevole che già dall’uso dei materiali e colori si pone al centro di una collaudata abilità comunicativa. Le tele di diversi formati sono rivestite di carta in giallita di vecchi giornali stesi come texture. Successivamente nasce il progetto attraverso la sovrapposizione o l’inserimento di frammenti di carta usata o scritta, talora anche di testi infantili, sopra i quali interviene il colore ad olio o acrilico, differente per campitura. Segue infine il segno grafico in pastello nero o a colori ripetuti in trame alte o basse fini o grosse: apparente scrittura, apparente ombreggiatura. Lo spessore delle carte aggiunte quasi a bassorilievo, le pieghe della carta di fondo dovute al collante, i terreni di gioco del colore, con forme regolari, bruni, rossi verdoni, ocre, incorniciate da neri spessi contorni o traversati da orizzonti verticali o sul piano, ridefiniscono l’intera superficie. L’ultima operazione consiste nel graffiare e togliere colore cosicché la tela abbia il carattere di vecchi o antichi intonaci usurati dal tempo e dal passaggio degli uomini. La significazione dell’opera è palpabile (nel senso vero della parola, si prova il bisogno di tastare lo spazio piano) e il simbolismo evidente. Quelle terre che emergono dallo sfondo che non è più cronaca quotidiana, non sono come quelle che si vedono dalle nostre parti, nel Delta. I quadrati o rettangoli di colore sono tutt’altro che isole fatte deposito di ricordi, strati di vita ormai trascorsi. Invece, la contiguità è il motivo principe e la terra è finalmente il luogo che affiora, esce come riacquisizione prodotta da un forte lavoro sul passato ancestrale, personale e collettivo. Il sentimento che si respira davanti a questi lavori può anche essere denso di nostalgia per qualcosa ormai invisibile, ma che manca. Dal vissuto antico però, che è la stabilità della terra, sta sorgendo il nuovo, arricchito di rinnovata passione. Affiorate sono appena le terre, sorte fuori a stento, come timida intuizione, nella possibilità che il divenire sia somigliante alle proprie aspettative. Lì in quelle zone sorte non del tutto vi è la consapevolezza dell’essere e dell’essere stato così. Eppure l’incognita del nuovo, la curiosità del sapere cosa c’è dopo, comprensive pure dell’incertezza dell’avvenire, danno l’incoraggiamento per appropriarsi di un territorio che sia proprio e che i futuri di sedimenti, non siano il deludente risultato di un inutile passare del tempo.

Sergio Altafini



2008 . TERRE EMERSE

Cosa emerge da una terra emersa ? qualcosa di concreto, sostanzioso, tridimensionale, diverso da ciò che lo circonda, o magari elementi affini che tendono a confondersi con l'ambiente e il contesto ?
L'artista ferrarese Paolo Pallara ha scelto questo tema per esprimere la sua creatività, che si è poi tramutata in un insieme di serie diverse ma con forti punti di analogia, questi giorni e fino a domenica prossima saranno visibili al pubblico presso la Galleria Marchesi.
Ricavata in uno spazio al piano terra di un palazzo antico di via Vignatagliata, a fianco del ristorante "da Guido" , è pensata e ideata come luogo dove poter vedere autori di alto livello indipendentemente dall'origine, dalla fama e dallo stile, e al contempo dove poter fermarsi e rilassarsi, sedendosi in uno dei salottini e magari sfogliare una rivista di settore o anche conversare con altre persone.

Cosa sono dunque le terre emerse che danno il titolo all'esposizione ? semplicemente isole, soggetti che si mettono in contrapposizione con l'acqua che li circonda ? o magari ricordi che affiorano e danno forma a qualcosa che rimane solo a livello di percezione, di immagine confusa nella mente ? sarebbe facile rispondere l'una e l'altra cosa, poiché entrambe le risposte trovano corrispondenze ed elementi a suffragio. Strutturalmente la pittura di Pallara è materica nonché astratta: trova ragion d'essere nella stratificazione complessa e certosina di pezzi di carta, seguiti da campiture di colore diverse per tonalità e pastosità, fino all'ultima fase di graffiatura e sottrazione che sta alla base della sua creazione, e trova significati nel presentare elementi distinti ma allo stesso tempo indefiniti, che preferiscono suggerire piuttosto che mostrare e spiegare direttamente e senza schermi. 
In composizioni geometriche prevalentemente irregolari balza subito agli occhi l'accostamento ai toni vicini sempre su frequenze calde che dal rosso e dal marrone virano verso l'ocra e il giallo paglierino. 
Vi sono linee orizzontali e verticali, più o meno regolari, ma ciò che realmente fa da asse portante pare l'ultima linea orizzontale in alto: ideale orizzonte o perché no ideale demarcazione tra terra e cielo, tra terra e acqua, da' una misura certa e definita nella composizione spaziale e allo stesso tempo permette slanci verso l'alto grazie alle figure che si stagliano nere sopra di essa: misterioso totem o monolite, o magari zona ombra dove si cela il futuro e le strade che quelle raffigurazioni imboccheranno prossimamente?

Tra le varie iniziative collaterali, di assoluta novità e importanza è stato l'incontro con l'autore svoltosi venerdì scorso.
Un appuntamento che è girato grazie al passaparola più che grazie ai soliti inviti cartacei o telematici sparsi a piene mani, a cui ha presenziato un discreto numero di persone, equamente divisi tra appassionati, conoscenti e curiosi.
È apparso a tutti naturale ritrovarsi a una certa ora nello stesso posto, conoscersi, osservare le opere in parete e poi sedersi vicini per poi cominciare ad approfondire le tematiche e lo stile dell'autore, partendo dalle analisi di due critici e di uno scrittore che hanno tracciato le linee generali del discorso, invitando in primis l'autore a dare un significato a quanto prodotto, a esprimere legami di senso e di argomento tra una serie di opere e l'altra
Il risultato è stata una progressiva apertura verso spiegazioni approfondite e sviluppi inattesi, proprio perché non programmati e irrituali: ciò che ha colpito di più i presenti è stato proprio il carattere informale e fuori dagli schemi che questo incontro ha avuto.
Sarà per la buona risposta delle persone che vi hanno partecipato, sarà perché si ha fiducia in una formula nuova, che gli stessi organizzatori della galleria d'arte Marchesi hanno già in serbo nuove iniziative a partire dal mese prossimo, in concomitanza con la mostra successiva che arriverà in parete, con l'aggiunta di una rassegna per temi da approfondire che, già da ora, si preannuncia molto interessante.

Guido Cagnoni



2008 . TRANSITI

È un tuffo nelle nostre radici, fatto di elementi, colori, materie legate alle nostre tradizioni e ai nostri ricordi, la visita all'ultima mostra di Paolo Pallara.
Nei locali della casa Frabboni, prestigiosa sede espositiva del Comune di S.Pietro in Casale, l'ultima produzione dell'artista ferrarese si svela ai nostri occhi carica di tutti quei significati e suggestioni a cui ci aveva abituato in precedenti eventi, personali e collettivi, con l'aggiunta di un nuovo filone fatto di lirismo venato d'oro.

A un primo sguardo balza agli occhi la predominante dei colori terrosi, che vanno dal marrone al giallo passando per varie tonalità di rosso e arancio, con innesti di grigio e nero a interrompere e fare da cesura tra una zona cromatica e l'altra: la composizione così assume equilibrio grazie alla giustapposizione di diversi toni, che vanno ad amalgamarsi bene secondo una gradualità ben impressa, e alla suddivisione orizzontale e verticale, geometrica ma allo stesso tempo variabilmente mossa, che conferisce un ritmo compositivo ben scandito

Sono distinguibili diversi gruppi di opere, a seconda delle dimensioni e della tipologia.
Alla serie di quadri dalle proporzioni quadrate ed equilibrate, di dimensione medio e medio-grande, ribattono le serie nuove di quadretti di piccola dimensione, e in rincorrersi di sperimentazioni visive, la rassegna di tele i cui colori sono distribuiti orizzontalmente è seguita da quella i cui colori invece seguono un andamento verticale.
Tra queste ultime a spiccare è la serie in cui la linea di demarcazione tra la zone cromatiche non è più nera o tendente allo scuro, bensì lucente, con venature d'oro: la soluzione, di per sé spiazzante, colpisce però l'osservatore, che trova uno spunto in più per apprezzare le tonalità di colore circostanti e il loro dialogo e confronto. 

Sezione a parte sono poi le sculture, creazioni di legno e pietra, in cui la verticalità totemica è smussata da soluzioni di alleggerimento e inserimento: grazie all'intaglio dal gusto solido-geometrico nelle estremità superiori, dove compaiono e svettano di volta in volta parallelepipedi di spessore, altezza e profondità diversa, e alla comparsa di pietre intagliate e arrotondate che vanno a incastrarsi perfettamente nella loro parte inferiore al supporto in legno: a impreziosire la struttura così creata sono poi le stesure successive di smalti e colle, che danno un senso di lucidità imprevisto, e soprattutto la copertura con carte di giornali dei tempi andati, che ritagliate e ricomposte, danno, oltre che un tocco di ingiallimento ulteriore alle superfici, una suggestione venata di storia ripresa dal passato.

Guido Cagnoni



2008 . TRANSITI

“Infinite cose farà il pittore che le parole mai potranno dire”. La pittura è la percezione della realtà e della sua rappresentazione artistica e artificiosa… Il pittore guarda la realtà in modo diverso dagli altri. E’ attratto da immagini apparentemente insignificanti, come le fessure di un muro o il gorgo dell’acqua corrente, o un filo di ferro contorto e arrugginito…Nel momento della percezione altrettanto reali per lui sono gli odori, l’ora del giorno, o la stagione, oppure il suo stesso stato d’animo. Tutto questo entra nella pittura di Paolo, con incredibile sicurezza del segno, conoscenza della materia e del colore e recupero di materiale “vecchio”, “abbandonato”, rifiutato , a vario titolo, dalla società. C’è lo studio dei rapporti tra forma e colore, degli accordi visivi che si stabiliscono fra i colori, l’indagine sul ritmo compositivo. Emerge l’interiorità che, all’osservatore, garantisce libertà interpretativa, riconducendo l’opera all’esperienza personale e al mondo spirituale di chi guarda il prodotto dell’artista. Nella pittura di Paolo c’è un filone lirico, che si lega alla fantasia e al suo universo personale…. Un atteggiamento poetico che lo avvicina al passato, questo passato che diventa una sorta di ergastolo della memoria, una faglia, una spaccatura del terreno, una depressione in cui precipitare. L’unico possibile riscatto, l’unico possibile svincolo : riconoscere e accogliere l’imperfezione per tendere e accordare l’animo ad un’armonia sempre mutevole di forme, spazi e colori. Transitare nel nostro tempo tra presente e passato, in una infinita successione di punti definiti indefiniti.

Franco Mosca



2009 . PAROLE E MEMORIA

C’è spesso un rimpianto per chi ama la pittura figurativa. Il rimpianto di non riuscire più a comprendere la pittura moderna e contemporanea. Sembra quasi che l’arte sia diventata troppo facile, coi colori spesso gettati sulla tela sulla spinta dell’istinto o del caso; ma, paradossalmente, proprio per questo, oggi fare l’artista è diventato difficile, quasi impossibile. Nulla è più difficile da sopportare dell’assoluta libertà da ogni vincolo che ormai caratterizza l’arte e, in particolare, la pittura contemporanea. Certo, si possono eseguire quadri che richiamano esperienze trascorse, che si inseriscono nel già visto, che seguono le mode, che portano più facilmente al successo. La forza creativa di Paolo ha da tempo scongiurato questo pericolo, dalle sue opere emerge un punto di vista originale che mette a confronto memoria e destino, attese e timori, il bisogno di vivere di fronte all’ineluttabilità della morte. Nelle ultime opere le parole, prima visibili solo in trasparenza, riemergono dal fondo del quadro; ora possono essere lette: oblique, verticali o intrecciate parlano di noi. Vecchi articoli di giornale, vecchi fogli di quaderno scritti a mano, attraversano l’opera e si fanno memoria, non vogliono farsi da parte, anche se il corso della storia, le vicende alterne della vita, a volte, li strappa e lascia ampie lacerazioni, vuoti difficili da colmare. Anche lo sfondo delle rappresentazioni, prima lucido, estatico, di un essere mistico in contemplazione di fronte al destino amaro delle cose, recupera movimento, si fa segno, rivolta, scrive a sua volta una storia; quasi una vana lotta contro la fatalità degli eventi, mentre macchie rosse, come ferite, attraversano il tempo sospeso tra la vita e la morte. Trovano posto, spesso incollati alla tela, pezzi di legno e altri materiali caduti in disuso, persi per strada o finiti in discarica. Si ergono come totem antichi, attestano la loro storia, rivendicano una nuova possibilità, al di fuori dell’uso consueto. L’artista li riconosce, partecipa del loro destino, cerca di perpetuarne l’esistenza, li riporta alla memoria, offrendo loro un nuovo significato, la possibilità di vivere per sempre nell’opera d’arte e, in questo recupero, ritrova se stesso, riconosce in loro quel destino incombente da cui affrancarsi, la voglia umana timorosa e prepotente che reclama un’altra possibilità. Ma ecco che tre parole emergono e vanno oltre la memoria, come un ricordo ancestrale si stampano sulle rappresentazioni, sovrastano il colore con antiche radici: “Logos”, la ragione e la legge universale che governa tutte le cose, il principio divino che pervade tutto l’universo; “Emeth”, la verità, il soffio divino, la parola che da vita alla massa informe, al “Golem”, la figura mitica e simbolica di un essere simile ad un automa, ad un Adamo senz’anima; “Meth”, la parola che, senza la “E” divina (l’aleph), assume il significato di morte; il ritorno alla massa informe del “Golem” che sfidava la potenza di Dio. Un ammonimento per chi crede di sfuggire al destino attraverso la magia dell’arte, per chi estraniandosi nella costruzione dell’opera fa esperienza di se stesso come si trattasse di un’altra persona che quasi opprime la prima.

Franco Mosca



2011 . PAROLE ABBANDONATE

È il titolo che Paolo Pallara stesso ha posto al corpus di opere che stava preparando per la mostra. Già in queste due suggestioni possono essere colti, sia una sorta di missione, che pare Paolo si prefigga, sia il modo per renderla possibile. Ambedue le definizioni ci parlano di un tempo che passa, o meglio di un tempo già passato: è il nocciolo del fare di Pallara. Si tratta di un processo attivo per fermare una memoria, anche solo temporaneamente, nella naturale trasformazione delle cose. La memoria, è asserito dai testi, è la capacità di conservare informazioni e di saperle recuperare. Il recupero avviene soltanto qualora si operi una selezione. Se scarnifichiamo l’evento avvenuto da tutti gli attributi concreti del contingente e dalla complessità dei fatti, se filtriamo il tutto con il setaccio dell’empatia e della partecipazione emotiva, conserviamo soltanto ciò che ha veramente a che fare con la nostra identità. Come interpreta Pallara questa opera selettiva? Le due affermazioni iniziali dicono: l’una che la parola è l’ancora, che rende possibile l’aggancio con realtà, sempre vere pur se passate ed abbandonate, che hanno mantenuto in sé la traccia, l’impronta, l’orma degli accadimenti, l’altra che laddove si è depositata più polvere, lì è la miniera dalla quale attingere e nella quale Paolo ama cercare. Se i ritrovamenti di reperti possono avvenire rovistando tra ciò che altri eliminano (perché superfluo e inutile) invece il recupero avviene in un luogo ordinatissimo. Scanditi, ben distribuiti in cassetti, scatole, ante, si raccolgono accostamenti in nuovi insiemi omogenei. Una sorta di limbo. Oggetti pronti a divenire soggetti di una rigenerazione. Giornali quotidiani, vecchi, non necessariamente letti, sono comunque traccia di una cronaca di fatti e pensieri divenuti memoria. Attrae particolarmente l’attenzione di chi entra nello studio - laboratorio un consistente quantitativo di giornali francesi, quotidiani del 1904: parole abbandonate e ritrovate. Verrebbe voglia di sfogliare, leggere: i fatti, le analisi politiche, le interpretazioni, le opinioni scritte vicino alla pubblicità del tempo, gli annunci, la grande storia accanto alle piccole storie. Invece no. Paolo se ne appropria per rivivere implicitamente le vicende di ciò che ora diverrebbe solo narrazione, se, con il suo strappare, frastagliare, scegliere accostamenti, non trasformasse le parole in cose. Così estrusi dal contesto, i frammenti diventano materia del fare dell’artista, giustapposti su nuovi supporti. Insiemi di carte – colori – tele – gomme – corde – stoffe – cuoio – legni – metallo – cere che Pallara pone, faccia a faccia, con la memoria. Più o meno consapevolmente, dispone le materie nello spazio e le rende interpreti di dialoghi, pronte per un nuovo, interlocutorio rapporto con il futuro fruitore – lettore. Si tratta di carte su tela o più spesso carta che si sovrappone a carta in più strati fino a divenire una sorta di carta geografica a rilievo. Ed ora più che della categoria “tempo”, si può parlare di “spazio”, nel quale si dispongono i nuovi soggetti, ma, più precisamente, parleremo di “luogo”. La differenza tra spazio e luogo esiste come esiste uno scarto tra il guardarsi intorno e il vedere. Luogo è quando vediamo e lo spazio indifferenziato attorno a noi diventa nostro. C’è, nelle opere di Pallara, una zona privilegiata, che si configura mentre si carica delle cose – parole, è una sorta di linea d’orizzonte piana, più o meno alta, più o meno lontana. È linea di unione e di separazione tra un ipotetico cielo e una terra, e qui il concetto è ancora di un indifferente spazio, fino a quando non realizziamo che è dove si concentrano i ritagli (tanti da non poter essere contenuti in una sola linea, ma abbisognano di altra carta) che va a concorrere tutto l’atto della raccolta e lì si colloca il frutto della memoria. Lì è diretto tutto il viaggio attraverso la geografia dei tratti e dei graffi, delle cere e delle altre materie sovrapposte. Lì all’orizzonte è il luogo, lì è la casa in cui sostare.

Lucia Boni



2014 . STORIE DI LUOGHI... E DINTORNI

"Questo è un sogno" dice Paolo Pallara indicando le due grandi tele dai toni cupi "Un cielo nero, proprio come questo incombeva su di me". I due paesaggi, che delineano il soggetto dei quadri, sembrano infatti soccombere sotto tutto quel nero, cosa succederà? Forse una tromba d'aria porterà via tutto, senza lasciare nemmeno un ricordo. Questo, in realtà, non credo sia possibile perchè l'opera di Paolo Pallara "fa memoria" a partire dalla scelta dei materiali. Il materiale che lui utilizza per realizzare le sue tele sono pezzi di legno che il mare ha rigettato sulla spiaggia, ferro, vecchi giornali o libri antichi. Oggetti che hanno già vissuto e, in questa nuova vita, ciò che hanno da raccontare è una lunga storia. Il rimando all'opera di Burri è quasi automatico, proprio per la passione che Paolo ha per la juta e la materia informale che ritroviamo nei suoi quadri e nelle sculture. Storie di luoghi dice l'artista, i luoghi dei suoi viaggi, i luoghi che vive e i luoghi dei suoi ricordi. Il colore, invece, appartiene ad una tavolozza davvero essenziale, che prevede tutte le tonalità dell'ocra, ma soprattutto la neutralità del nero e del grigio, per dare spazio di tanto in tanto al rosso acceso e all'azzurro. Poi le parole, le lettere, che ingannano, come spesso ripete lo stesso Pallara, ma è evidente che la ricerca e il forte legame che lui ha con esse, non può essere messo da parte. Il fare pittura, come il fare scultura, non è forse un altro modo di comunicare? Si, lo è ed è sicuramente il mezzo migliore con cui l'artista riesce a esplicitare ogni sensazione e ogni messaggio che vuole arrivi al fruitore. Storie di luoghi, quindi, che partono tutte da una storia umana, quella dell'artista, che in questa mostra ci dona l'essenzialità di un informale costruito e meditato, onirico ed emozionale.

Dalila Tossani



2015 . SOSPESI TRA LE CINQUE E LE SEI

Nelle notti dell'anno più brevi è possibile essere spettatori o testimoni, a volte protagonisti, di un passaggio durante il quale la notte tramonta in un chiarore crescente ma lento, lento, fino a quando di colpo un lampo di luce squarcia il cielo. Durante questo passaggio l'insonne scivola spesso, formicolando, verso un sonno tardivo, mentre il dormiente muove le prime mosse intorpidite verso un faticoso risveglio. Dalle cinque alle sei si attua un passaggio, a volte un trapasso. Le ultime serie di tele di Paolo Pallara mostrano spade di luce che accoltellano lo spazio in questo passaggio che d'improvviso si fa dramma repentino. Sono lame che lacerano l'armonia presente e che, accostate e osservate in serie, miracolosamente costruiscono un'armonia successiva che sembra dispiegarsi come un prodigio, senza un intervento ordinatore esterno ma seguendo un'entropia naturale, dall'ordine al caos e dal caos all'ordine e così via. Un'epidermide lacerata che cicatrizza da sola, un sangue che coagula disegnando geometrie spontanee. È un processo di evoluzione dello spazio che evoca scenari intergalattici e microscopiche tragedie interpersonali, meccaniche celesti e tagli dolorosi sulla pelle. Ferite inferte dalle parole della cronaca sociale che diventa storia collettiva, ferite inferte e subite dalle parole della cronaca individuale che diventa storia personale.

Nicola Cavallini





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