PAROLE E MEMORIA

Franco Mosca

C’è spesso un rimpianto per chi ama la pittura figurativa. Il rimpianto di non riuscire più a comprendere la pittura moderna e contemporanea. Sembra quasi che l’arte sia diventata troppo facile, coi colori spesso gettati sulla tela sulla spinta dell’istinto o del caso; ma, paradossalmente, proprio per questo, oggi fare l’artista è diventato difficile, quasi impossibile. Nulla è più difficile da sopportare dell’assoluta libertà da ogni vincolo che ormai caratterizza l’arte e, in particolare, la pittura contemporanea. Certo, si possono eseguire quadri che richiamano esperienze trascorse, che si inseriscono nel già visto, che seguono le mode, che portano più facilmente al successo. La forza creativa di Paolo ha da tempo scongiurato questo pericolo, dalle sue opere emerge un punto di vista originale che mette a confronto memoria e destino, attese e timori, il bisogno di vivere di fronte all’ineluttabilità della morte. Nelle ultime opere le parole, prima visibili solo in trasparenza, riemergono dal fondo del quadro; ora possono essere lette: oblique, verticali o intrecciate parlano di noi. Vecchi articoli di giornale, vecchi fogli di quaderno scritti a mano, attraversano l’opera e si fanno memoria, non vogliono farsi da parte, anche se il corso della storia, le vicende alterne della vita, a volte, li strappa e lascia ampie lacerazioni, vuoti difficili da colmare. Anche lo sfondo delle rappresentazioni, prima lucido, estatico, di un essere mistico in contemplazione di fronte al destino amaro delle cose, recupera movimento, si fa segno, rivolta, scrive a sua volta una storia; quasi una vana lotta contro la fatalità degli eventi, mentre macchie rosse, come ferite, attraversano il tempo sospeso tra la vita e la morte. Trovano posto, spesso incollati alla tela, pezzi di legno e altri materiali caduti in disuso, persi per strada o finiti in discarica. Si ergono come totem antichi, attestano la loro storia, rivendicano una nuova possibilità, al di fuori dell’uso consueto. L’artista li riconosce, partecipa del loro destino, cerca di perpetuarne l’esistenza, li riporta alla memoria, offrendo loro un nuovo significato, la possibilità di vivere per sempre nell’opera d’arte e, in questo recupero, ritrova se stesso, riconosce in loro quel destino incombente da cui affrancarsi, la voglia umana timorosa e prepotente che reclama un’altra possibilità. Ma ecco che tre parole emergono e vanno oltre la memoria, come un ricordo ancestrale si stampano sulle rappresentazioni, sovrastano il colore con antiche radici: “Logos”, la ragione e la legge universale che governa tutte le cose, il principio divino che pervade tutto l’universo; “Emeth”, la verità, il soffio divino, la parola che da vita alla massa informe, al “Golem”, la figura mitica e simbolica di un essere simile ad un automa, ad un Adamo senz’anima; “Meth”, la parola che, senza la “E” divina (l’aleph), assume il significato di morte; il ritorno alla massa informe del “Golem” che sfidava la potenza di Dio. Un ammonimento per chi crede di sfuggire al destino attraverso la magia dell’arte, per chi estraniandosi nella costruzione dell’opera fa esperienza di se stesso come si trattasse di un’altra persona che quasi opprime la prima.

Franco Mosca